Venezia 83: tra i numeri del Lido e la precarietà che non ammette illusioni
Il movimento #siamoaititolidicoda smonta il report ministeriale sulla salute del cinema italiano. Perché gli incassi del festival non pagano la stabilità delle maestranze.
La Laguna ci regala numeri che brillano come l’oro di un premio, e forse è giusto applaudirli se si parla di pubblico. Ma quando la passerella del Lido diventa il palcoscenico per celebrare una presunta rinascita industriale, i piedi si impantanano nel fango dei set. Partendo da quella fotografia istituzionale, smonto l’ossimoro economico. Come osservato in un’analisi recente, il termometro ufficiale misura un polso politico inconfondibile. Eppure, a pochi chilometri dal padiglione italiano, si è levato un coro che non ammette equivoci: #siamoaititolidicoda ha chiuso la narrazione trionfalistica del Ministero della Cultura con una precisione chirurgica. Non c’è nulla da festeggiare, sostengono le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo. E hanno ragione a farlo, perché un settore che conta sul favorevole clima per sopravvivere non è in salute. È in agonia.
Il paradosso della passerella e del set
I dati di vendita dei biglietti al Lido raccontano di un pubblico giovane che cerca storie, non fotografie di rito. Questo è un fatto reale, tangibile e meritevole di rispetto. Ma i numeri degli incassi non pagano gli stipendi arretrati né garantiscono la continuità contrattuale. La direzione generale cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura ha presentato un report che dipinge un’industria audiovisiva in crescita perfetta. La reazione del movimento #siamoaititolidicoda è stata immediata: «un’operazione di facciata», «assoluta autoreferenzialità». Le parole non sono retorica da sala stampa. Sono il referto medico di un paziente a cui hanno fatto bere champagne mentre gli sanguinava alle gambe. I tagli strutturali non si cancellano con comunicati stampa color pastello. La precarietà dilagante e il vuoto totale di tutele sul lavoro non diventano invisibili perché un direttore artistico sceglie autori capaci di governare la complessità. La complessità narrativa non risolve la mancanza di un contratto nazionale dignitoso.
Tecnici, correttivi e la finzione del tempo
Il punto dolente non è solo la carenza economica, ma la frammentazione temporale che ha paralizzato il settore per mesi. I cosiddetti tecnicismi correttivi del Governo hanno concentrato le attività produttive in finestre artificiali, stritolando chi vive di ripresa e post-produzione. Quando il lavoro si accartoccia su pochi giorni dell’anno, la dignità della vita professionale crolla. Non è un generico lamento. È un meccanismo che logora la memoria tecnica, disperde le équipe e costringe maestranze specializzate a scegliere tra l’onore del mestiere e il fitto bancario. La contrattazione per il rinnovo del CCNL Troupe è stata pesantemente condizionata, trasformata in un gioco di potere che ignora chi sta sotto le luci del set. Un cinema che non protegge chi lo realizza non è arte. È intrattenimento industriale privo di anima. E l’anima si misura sulla scena, non sui comunicati ministeriali.
Diritti prima dei leoni
Venezia non è un laboratorio di sociologia del lavoro, ma il suo confine con la realtà italiana è sottile quanto una pellicola. Celebrare il settore mentre si negano diritti basilari è un paradosso che sfocia nel cinismo. Il movimento ha ragione a chiedere stabilità, non falsi trionfalismi. La sostenibilità di un’industria cinematografica si calcina nei contratti, non nelle inaugurazioni. Finché le botteghe restano chiuse per mancanza di fondi e i set diventano campi minati di incertezze legali, ogni leone d’oro sarà solo metallo lucido. Il cinema italiano ha bisogno di maestranze che dormano sonni tranquilli, non di eroi del report ministeriale. Se la Laguna vuole davvero guardare avanti, deve smettere di usare il pubblico come scudo contro un sistema che ha dimenticato di pagare chi lo fa vivere.
Un festival che misura il successo solo sugli incassi e ignora la precarietà dei suoi autori trasforma l’arte in merce e il pubblico in complice. Il cinema sopravvive quando chi lo realizza può permettersi di viverci, non solo di sognarlo.
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