Venezia 83: tra il +14% di biglietti e la solitaria cineasta in concorso
L'apertura della Mostra del Cinema di Venezia 2026 tra record di pubblico, le dichiarazioni di Barbera sulla disparità femminile e i segnali dell'istituzione.
Come sottolineato in Venezia 83: tra cerimonie, documentari che feriscono e il peso delle scelte, il direttore artistico Alberto Barbera ha chiarito come la selezione ufficiale respiri un polso politico inconfondibile, definendo l’aggiunta all’ultimo minuto di Naza non una mossa di marketing ma un preciso atto di responsabilità.
Il termometro ufficiale e il peso delle parole
Barbera ha lodato George Clooney con un’ammirazione sincera, definendolo «una persona straordinaria, generosissima, attenta a ogni fan». È un complimento che suona vero, perché Clooney porta con sé decenni di cinema che sa stare dall’altra parte del monitor. Tuttavia, le parole del direttore hanno subito virato verso un terreno più scivoloso quando ha affrontato la composizione del Concorso internazionale. Nel Concorso internazionale, infatti, c’è solo una regista in gara: May El-Toukhy con Woman Unknown. Barbera ha ammesso di aver «disperatamente cercato film diretti da donne con una qualità adeguata al livello del concorso». L’ammissione è onesta, ma rivela un meccanismo perverso. La qualità non si misura a priori in base al genere di chi firma il metraggio; si valuta sulla scena. Pretendere una soglia di eccellenza che funzioni solo come filtro per le autrici significa confondere l’urgenza della rappresentazione con la pretesa del privilegio. Il cinema internazionale ha prodotto opere di altissimo livello negli ultimi anni; dirne il contrario è un’ipocrisia da palcoscenico.
Parità o retorica? Le donne tra palcoscenico e concorso
Se il Concorso tace sul tema, la periferia istituzionale lo urla. È nata a Venezia la prima edizione degli Elle Women in Venice awards, con riconoscimenti a figure come Geena Davis, Anna Ferzetti, Valia Santella, Sandy Powell e Hildur Guðnadóttir. Sono gesti necessari, che ricordano al mercato come il linguaggio cinematografico si costruisce anche dietro la macchina da presa, nella sceneggiatura, nel costume, nella colonna sonora. Parallelamente, nelle Giornate degli Autori, Roberta Torre apre le Notti Veneziane con Scarpe Rotte, un film che indaga l’attesa femminile durante la guerra attraverso il dialogo tra Barbara Ronchi e Mersila Sokoli. Sono segnali che mostrano come la creatività al femminile non manchi di voce, ma debba ancora trovare gli spazi giusti per non essere relegata a categoria laterale. Presiedere la giuria internazionale con Maggie Gyllenhaal era la risposta più coerente a questa realtà. Una regista che conosce i meccanismi del set e sa governare la complessità psicologica non poteva essere scelta migliore, eppure il suo lavoro si svolgerà in una sala dove le domande politiche verranno evitate con un pretesto burocratico. Il silenzio imposto alla conferenza stampa della giuria non è prudenza; è una rinuncia a misurarsi con il mondo reale.
I confini dell’istituzione
Venezia non è solo cinema. È un organismo che respira tra diplomazia, memoria e mercato. Il rifiuto di issare la bandiera palestinese negli spazi della Biennale, motivato dal vincolo di esporre solo gli Stati riconosciuti dal governo italiano, conferma una linea istituzionale precisa: il festival si protegge nella neutralità amministrativa, anche quando quel silenzio pesa come un macigno. Non è la prima volta che la Laguna affronta questo tipo di tensioni, ma la domanda resta se un’istituzione culturale possa permettersi l’arbitrio di cancellare la politica dalla sua soglia. Il cinema ha sempre attraversato i conflitti; la mostra no. Tuttavia, il dato positivo resta nel pubblico: quello giovane non viene per le foto di rito, ma per vedere cosa merita di sopravvivere al prossimo inverno. Venezia 83 continua a dimostrare che il coraggio programmato si misura dalla capacità di ospitare film scomodi e di non piegarsi alle logiche del consenso facile.
Il cinema non si giudica dalle bandiere che sventola all’ingresso, ma da quante verità riesce a tenere in scena senza abbassare lo sguardo.
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