Venezia 83 tra maestri in scena e documentari che feriscono
La 83ª Mostra del Cinema di Venezia misura la temperatura culturale con masterclass storiche e un concorso che sceglie il peso della testimonianza. Analisi.
Se il confine tra arte e diplomazia è sempre stato il terreno più scivoloso di ogni rassegna, abbiamo già tracciato le linee di faglia nel caso di Dau alla mostra del cinema di Venezia tra Kiev e il Lido. Oggi spostiamo il fuoco su ciò che sta effettivamente avvenendo nel perimetro della Biennale. La 83ª Mostra del Cinema non si limita a presentare pellicole; misura la temperatura culturale di un mondo in frantumi. E questa estate il termometro segna caldo, non solo per le polemiche geopolitiche, ma per una programmazione che sceglie di parlare attraverso voci storiche e documentari che rifiutano ogni ammissione di colpevolezza estetizzante.
Il tema riprende quanto raccontato in Dau alla mostra del cinema di Venezia tra Kiev e il Lido: un esperimento sotto accusa.
Il respiro delle masterclass
Dal 3 al 9 settembre 2026 la Match Point Arena del Tennis Club Venezia tornerà a fare da palcoscenico alle parole. Le Masterclass non sono mai state semplici ceremonie di autografi o di ringraziamenti compensati: sono laboratori dove il cinema si smonta e si rimonta in pubblico. Quest’anno la Biennale ha affidato la voce inaugurale a George Clooney, giovedì 3 settembre alle 16.00. Non ci sarà spazio per celebrazioni sterili. Clooney entra al Lido con lo zaino pieno di Good Night, and Good Luck e Le idi di marzo, un regista che ha imparato a dirigere sapendo cosa significa stare dall’altra parte del monitor. La sua conversazione promette di scavare nel mestiere dell’attore, nei meccanismi della produzione indipendente e in un cinema americano che non trova più le sue vecchie coordinate tra sale fisiche e algoritmi delle piattaforme.
A ricevere il Leone d’oro alla carriera 2026, insieme a Clooney, sarà solo Ellen Burstyn, l’8 settembre — le due voci che la Biennale ha scelto di premiare quest’anno. Accanto a loro, senza il riconoscimento ma con lo stesso peso di testimonianza, la rassegna ospita altre masterclass: Luc Besson il 6 settembre, e in parallelo la serie curata da Cartier punta sulla dialettica tecnica, con Chloe Zhao che venerdì 4 settembre dialogherà con Lukasz Zal, ripercorrendo il lavoro su Hamnet (2025), mentre lunedì 7 settembre Luca Guadagnino affronterà i nodi della regia italiana contemporanea. Il tutto sarà trasmesso in livestream su labiennale.org, perché l’accesso alla conoscenza non dovrebbe mai dipendere dal pass dell’ingresso o dall’umore dei produttori.
Il peso dei documentari in concorso
Se le masterclass sono un respiro, il concorso è un coltello. Tra i titoli già noti in corsa per il Leone d’oro, spicca una decisione che non lascia spazio all’ambiguità. Il 10 settembre verrà proiettato NAZA, documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv e prodotto da The Guardian e James Wilson (JW Films), con Jonathan Glazer come produttore esecutivo. La regia è di Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro co-registi di No Other Land. Il film non cerca il compromesso: mostra i sistemi alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza. Non è cinema per addormentare le coscienze; è un atto di testimonianza che rifiuta ogni mediazione estetica a scapito della verità fattuale.
Accanto a questa narrazione politica si inserisce Un po’ di luce (Kami Nour) di Ali Asgari, già autore di Divine Comedy e Kafka a Teheran. Prodotto per l’Italia da Zoe Films, il sesto lungometraggio del regista iraniano è stato girato tra l’inizio della guerra e le minacce dei bombardamenti. Racconta di un medico arrestato che, dopo aver pianificato il suicidio, visita i familiari per poi riconciliarsi con la vita. La domanda di Asgari non è retorica: «Quando la sofferenza diventa parte integrante della nostra quotidianità, cosa dà valore alla vita?». Un po’ di luce uscirà nelle sale italiane il 1° ottobre e porta con sé un cinema che resiste senza fare dello strappo il suo unico verbo.
La direzione artistica della rassegna, sotto la presidenza della Biennale e con una giuria internazionale in carica, non ha bisogno di annunci sensazionalistici per dichiarare le proprie priorità. Venezia 83 sceglie di mettere al centro chi ha costruito il mestiere e chi ne registra le ferite. Il festival conferma che la sua forza sta nel mantenere un perimetro dove l’arte può parlare anche quando il mondo intorno cerca di zittirla con comunicati stampa o pressioni diplomatiche. Non è conservatorismo: è una forma di coraggio programmato, utile a ricordare che il cinema sopravvive solo quando smette di chiedere permesso.
«Il cinema non serve a dare risposte, ma a insegnare a vivere con le domande sbagliate.»
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