Venezia 83: tra palcoscenico istituzionale e ferite politiche
Dopo la chiusura della Mostra del Cinema di Venezia 2026, un'analisi dei premi Gyllenhaal, del clamore politico su Naza e dei retroscena che hanno definito l'edizione.
Dopo aver registrato, come un sismografo improvviso, le fenditure che l’edizione cercava di tamponare con il tappeto rosso nel documentario di Abraham e Szor in La ricezione di Naza alla 83ª Mostra tra istituzioni e aule scolastiche, tocca misurare quanto quelle crepe siano diventate il vero scheletro dell’intera ottantatreesima edizione. Il Lido non è un osservatorio neutro, ma un termometro che segna le fratture prima che il cemento ceda. Venezia 2026 ha chiuso i battenti sabato dodici settembre alle ore diciannove, ma il rumore di fondo non è mai stato così alto. La macchina istituzionale ha cercato di incanalare l’urto attraverso verbali e riconoscimenti formali, mentre la politica internazionale ha dimostrato che lo schermo resta un campo di battaglia senza tregua.
Il verdetto della Gyllenhaal e la geometria dei premi
La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha lavorato su ventuno pellicole con una precisione chirurgica. Non ha cercato il consenso, ma ha disegnato un confine netto tra cinema che chiede scusa e cinema che si impone. Il Leone d’oro è finito a Woman Unknown di May el-Toukhy, opera in cui Mathilde Arcel trasforma la resistenza silenziosa in materia prima. La Coppa Volpi per la migliore attrice è arrivata come corollario inevitabile: quando il corpo sullo schermo non è decorazione ma documento, il riconoscimento istituzionale non può che arrivare dal basso. Gyllenhaal ha scherzato con una frase secca durante la conferenza stampa: «Non ho visto il film… È fatto da una donna e quindi, Leone d’Oro!». L’ironia mascherava un dato strutturale. L’anomalia statistica è diventata norma, e l’ha difesa con freddezza istituzionale. Accanto al titolo danese, il Gran Premio della Giuria a Possible Love di Lee Chang-dong ha confermato una tendenza precisa: il tempo non si usa per spiegare, ma per accumulare strati di silenzio. John Malkovich porta a casa la Volpi maschile con Wild Horse Nine, mentre Ilya Khrzhanovsky conquista la miglior regia su DAU. La geometria dei premi non è casuale. Premia chi ha rifiutato il comfort narrativo e ha preferito lasciare le ferite aperte.
Naza e il ritorno della politica sul set
Se il concorso principale premia la resistenza, la realtà esterna ha risposto con attacchi diretti. I ministri israeliani Miki Zohar e Itamar Ben Gvir hanno lanciato un’offensiva pubblica contro i registi di Naza, definendo l’opera vile e tradimento dello Stato, fino a minacciare la revoca della cittadinanza. Non è una polemica da palcoscenico: è la conferma che il documentario ha toccato nervi scoperti. A Venezia, il film non chiede permesso perché il suo metodo è già una risposta. Le immagini delle case di Tel Aviv non sono spettacolarizzazione, ma architettura della distruzione. Il premio alla Giuria Speciale e la segnalazione Cinema for Unicef non sono consolazioni diplomatiche, ma atti di allineamento con un cinema che smonta l’emozione per restituire il dato fattuale. La reazione dei governi dimostrava esattamente quello che i registi avevano mostrato: chi ha paura del documentario non teme le bombe, teme la memoria. Premiare la freddezza metodologica invece del pathos melodrammatico è una dichiarazione di guerra alla pigrizia dello spettatore domestico.
Retromecaniche e illusioni del red carpet
Dietro le quinte, il Lido ha giocato il suo ruolo di teatro sociale. George Clooney ha ricevuto ovazioni a furor di popolo, confermando che il grande schermo sa ancora accendere i riflettori, anche quando la produzione hollywoodiana annuncia assenze strategiche come i progetti “Dune 3” o “Digger”. I nepobaby e le dinastie dell’arte hanno riempito le prime file, mentre Ricky Martin ha acceso reazioni intense. Ma il vero retroscena non è il glamour, è la programmazione. Il set monumentale di DAU e il documentario di Wim Wenders su Peter Zumthor mostrano come l’architettura sia diventata lo sceneggiatore invisibile di questa edizione. Premi collaterali come l’Airone della Laguna a Moragheb, il Pop Art Award a La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, il miglior film italiano L’estranea di Paolo Strippoli e le Autrici Under 40 ex-aequo a Michelle Zhou e María Aparicio hanno riempito i vuoti che il concorso principale ha volontariamente lasciato. Venezia non è un santuario. È un laboratorio che preferisce la ferita aperta alla guarigione artificiale.
Il cinema non si giudica dai titoli di coda, ma da quanto dura il silenzio che lascia nella sala.
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