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Zustissia, tra le sale e il peso di trentatré anni: l'uscita di un film che non chiede permesso

L'uscita nelle sale di Zustissia di Francesco Piras unisce il dramma giudiziario di Beniamino Zuncheddu a una riflessione necessaria sul sistema italiano.

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Zustissia, tra le sale e il peso di trentatré anni: l'uscita di un film che non chiede permesso

Zustissia, opera prima di Francesco Piras, non chiede permesso per entrare nel circuito distributivo italiano: uscirà giovedì 15 ottobre sotto l’etichetta di PiperFilm, dopo un percorso che rifiuta ogni forma di compiacimento commerciale. La pellicola rinuncia volutamente ai filtri estetici per diventare documento. Oggi, con l’anteprima sarda dell’8 ottobre e il via generale al 15, il film compie un altro passo: dal materiale promozionale alla sala, dalla denuncia alla responsabilità civile dello spettatore.

E’ uno sviluppo dell’analisi sul meccanismo perverso che trasforma un errore in istituzione, come emerso in Zustissia, il trailer di Francesco Piras e il peso della memoria giudiziaria.

La presentazione e la materia umana

La conferenza romana del 6 ottobre non era un esercizio di marketing. Sul palco c’era Beniamino Zuncheddu, sessantadue anni, ex pastore condannato per il triplice omicidio di Sinnai dell’8 gennaio 1991 e assolto solo il 26 gennaio 2024 dalla Corte d’Appello di Roma dopo trentatré anni di detenzione ingiusta. Il suo silenzio non è teatrale: è statistico. Fabrizio Ferracane lo indossa con una fisicità consumata, non eroica. Michele Riondino, nei panni di Mauro Trogu, evoca l’avvocato che non cerca applausi ma restituisce carta a carta. La Cucciari, tesoriera del Partito Radicale nel film, ha ricordato con lucidità che il cinema civile è anche questo: far valere il diritto di indignarsi per ingiustizie che non ci toccano direttamente, perché un giorno potrebbero capitare a noi o a chi amiamo. Piras ha descritto l’incontro tra il suo attore e Zuncheddu come «quasi un incontro tra due anime. Poche parole e un silenzio che ha racchiuso tutto». È la definizione più precisa della regia: assenza di rumore, presenza di fatti.

L’ingranaggio istituzionale e la scelta formale

Il cinema italiano oscilla spesso tra il rifugio della commedia consolatoria e il melodramma personale. Zustissia non fa né l’uno né l’altro. Sceglie la scala ridotta dell’inchiesta: le carte processuali, l’usura degli anni, la lenta corrosione di un apparato che trasforma un errore in prassi. La sceneggiatura evita la trappola del true crime da salotto e punta al meccanismo perverso. Ogni figura del cast — Leroy-Beaulieu, Colella, Cullin, Giannini, Fioroni, Mameli — non compie un cameo ma costruisce l’ingranaggio. Non ci sono villain di cartone: ci sono protocolli, scadenze mancate, poliziotti che influenzano le indagini in modo irregolare, dettaglio emerso nelle ultime udienze e qui mostrato con sobrietà chirurgica. La fotografia non cerca la Sardegna turistica ma quella testimone. Il montaggio conta i secondi come si contavano gli anni di Zuncheddu.

Uscita e responsabilità civile

Arrivare a metà ottobre, in un periodo cinematografico spesso dedicato al rifugio natalizio o alle anteprime festivaliere, è una scelta precisa. PiperFilm non sta lanciando un prodotto commerciale: sta consegnando uno specchio. Il film dura centoundici minuti, ma il tempo che richiede allo spettatore è diverso. Non chiede di piangere per l’innocente, chiede di domandarsi perché lo Stato impieghi tre decenni per ammettere un errore e perché un risarcimento di trentamila euro per celle sovraffollate sia considerato sufficiente. Il cinema ha questo potere: non archivia il passato, interroga il presente. Se Zustissia uscirà con la stessa sobrietà mostrata nelle dichiarazioni dei protagonisti, potremo finalmente avere un film che non si limita a raccontare la giustizia, ma ne esamina le crepe strutturali senza voltare lo sguardo.

“Un sistema giudiziario che impiega trentatré anni per ammettere un errore non è rotto: funziona esattamente come è stato disegnato. La vera domanda non è se lo schermo potrà restituirne il peso, ma se ci saremo noi a sopportarlo senza voltare lo sguardo.”

Tag

#Zustissia #Francesco Piras #Beniamino Zuncheddu #cinema italiano #errori giudiziari

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