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Festival

Charlotte Gainsbourg e il labirinto di Riverrun: quando l’attrice incontra la trasformazione

Riverrun di Philippe Parreno con Charlotte Gainsbourg alla Festa del Cinema di Roma: trasformazione identitaria, cinema come soglia e il peso di un percorso artistico.

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Charlotte Gainsbourg e il labirinto di Riverrun: quando l’attrice incontra la trasformazione

La ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma non si misura solo nelle giurie o nei palchi illuminati, ma in quegli spazi intermedi dove il cinema perde la sua corazza istituzionale e diventa materia viva. In Festa del cinema di Roma 2026: tra Julianne Moore, Pawlikowski e il peso delle masterclass avevamo già osservato come la rassegna sappia trasformare la presenza fisica in critica. Tra gli spazi meno convenzionali del programma c’è la sezione Freestyle, dove il 24 ottobre 2026 ha avuto l’anteprima mondiale Riverrun, il primo lungometraggio di finzione di Philippe Parreno, con Charlotte Gainsbourg: un film che rifiuta ogni etichetta narrativa consolidata e che arriva a oltre quarant’anni dal debutto cinematografico della sua protagonista.

Il peso della trasformazione

Philippe Parreno porta al cinema la sua lunga esperienza nelle installazioni. Prima di Riverrun, il suo primo lungometraggio di finzione, ha realizzato Membrane: una torre alta circa 13,6 metri, dotata di 42 sensori ambientali, che nel 2024 alla mostra Voices del Leeum Museum di Seul trasformava i dati della città in luci e suoni. Qui trasla quel principio in una narrazione che segue Lucy, interpretata da Gainsbourg, alle prese con un periodo di depressione. Lo psichiatra Dottor Cruz (Zoe Saldana) la invia in una clinica isolata in Spagna, ma è l’incontro casuale con Tony (Vicky Krieps) a sconvolgere ogni schema. La terapia diventa soglia. Angela Molina interpreta il Dottor Vargas in un dispositivo che non cerca di curare, ma di dissolvere. La scheda ufficiale descrive un’opera che esplora la fragilità del corpo e della trasformazione identitaria presentandosi come un flusso ininterrotto nei meandri dell’esistenza. Parreno non costruisce personaggi: li espone a un’erosione controllata. È una scelta coraggiosa per un regista che, con Zidane, a 21st Century Portrait nel 2006, aveva già dimostrato di saper osservare il movimento senza giudicarlo.

Dietro le quinte di un’identità fluida

Charlotte Gainsbourg non ha bisogno di presentazioni. Figlia di Jane Birkin e Serge Gainsbourg, ha attraversato oltre quarant’anni di lavoro con una disciplina che confonde molti osservatori: alternare registi d’autore a collaborazioni musicali senza mai cadere nel compromesso commerciale. In Riverrun, il suo ruolo richiede una resa fisica e psicologica che va oltre la recitazione tradizionale. Non si tratta di interpretare una crisi, ma di lasciarla attraversare. La distribuzione italiana è affidata a Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures, con un’uscita prevista per la primavera del 2027. Un percorso lungo che riflette la natura stessa dell’opera: non destinata al consumo immediato, ma alla sedimentazione. Il team di produzione, con Katrin Pors, Richie Walls, Chloé Montana Rash, Riley Keough, Gina Gammell, Brando Eaton e Michael Clofin, sostiene un dispositivo visivo che privilegia l’atmosfera sulla trama. In un’epoca in cui le piattaforme premiano la velocità di consumo, questo film chiede pazienza. E non è un vizio estetico: è una necessità narrativa.

Il cinema come soglia, non come finestra

I festival vivono anche di questi incroci. Riverrun è stato presentato nella sezione Freestyle della kermesse capitolina il 24 ottobre 2026, un luogo che non chiede permesso per mostrare opere che sfidano le convenzioni del genere. La scelta di Gainsbourg di prestare il volto a un film così radicale racconta un’attrice che non cerca il rifugio nel repertorio consolidato, ma si espone al rischio dell’ignoto. Il cinema contemporaneo ha bisogno di questa audacia. Troppo spesso le pellicole sperimentali vengono relegate a nicchie accademiche o trasformate in oggetti da decodificare per esami universitari. Riverrun non offre chiavi di lettura pronte: propone un’esperienza sensoriale e psicologica che costringe lo spettatore a confrontarsi con la propria frammentazione interiore. La fragilità non si simula e non si monetizza, come dimostrava già Melancholia. Parreno e Gainsbourg hanno costruito insieme un dispositivo che non spiega, ma mostra. E in un panorama dominato da algoritmi narrativi prevedibili, mostrare senza spiegare è l’atto più rivoluzionario che esista.

Il cinema non si misura nella chiarezza dei suoi messaggi, ma nella capacità di lasciare nello spettatore una feritura necessaria, quella che guarisce solo se non viene mai medicata.

Tag

#Charlotte Gainsbourg #Riverrun #Philippe Parreno #Festa del Cinema di Roma #Cinema sperimentale

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