Autunno cinematografico: giurie femminili a Torino, Petzold e Rossellini al centro del palcoscenico
Il circuito festivaliero autunnale segna un cambio di passo: a Torino tre donne guidano le giurie, ad Agrigento arriva Christian Petzold, a Los Angeles si celebra il neorealismo.
Il circuito festivaliero autunnale non funziona come semplice intervallo tra l’afa estiva e i salotti invernali. È un momento di resa dei conti, dove le rassegne fungono da termometro per capire quale direzione prenda il linguaggio contemporaneo e quali meccanismi di giudizio meriti di essere consolidati. Quest’anno la conferma più netta arriva da Torino. Il 44° Torino Film Festival, in programma dal 24 novembre al 2 dicembre sotto la direzione artistica di Giulio Base, conferma una linea sempre più netta. Le giurie dei tre concorsi principali saranno presiedute da donne italiane: Francesca Archibugi per i lungometraggi, Stefania Casini per i documentari e Chiara Francini per i cortometraggi. Non si tratta di un compiacimento statistico, ma di una scelta curatoriale che ridefinisce gli standard di selezione. Base ha ricordato che è il terzo anno consecutivo in cui affida la presidenza delle tre giurie a tre donne italiane.
Torino e la geometria degli sguardi
La presenza di Archibugi, Casini e Francini conferma una scelta ormai consolidata. Avere alla guida della selezione dei lungometraggi una regista come Archibugi, vincitrice di tre David di Donatello e quattro Nastri d’argento con opere come Il grande cocomero e Illusione, garantisce una lettura del testo filmico che privilegia l’intelligenza strutturale rispetto al rumore mediatico. Accanto a lei si collocano figure come il regista russo Kirill Serebrennikov, la direttrice del Festival del Cinema di Rotterdam Vanja Kaludjercic e il critico Alessandro Amato. Nel comparto documentario, Stefania Casini affiancherà Julien Camy e Alessandro Stellino, mentre per i corti Chiara Francini condividerà il tavolo con Ira Fronten e Pier Luigi Manieri. Questa composizione trasforma Torino da semplice vetrina a laboratorio di lettura critica. La programmazione recente ne è la prova: se l’anteprima di La notte delle fragole conferma il ruolo del festival come banco di prova prima dell’ingresso commerciale, la struttura stessa dei concorsi consolida questa vocazione. Non si seleziona più per riempire una sala, ma per costruire un dibattito che sopravviva al weekend.
Palermo e il peso delle pagine
Mentre Torino rifonda i propri meccanismi di giudizio, a Palermo l’Efebo d’Oro film festival (48ª edizione, dal 7 al 15 novembre) punta la sua lente sulla memoria letteraria e sulla continuità autoriale. Il premio alla carriera andrà a Christian Petzold, capofila della cosiddetta «Berliner Schule», attivo dagli anni Novanta. La scelta non è casuale: Petzold incarna quella ricerca del reale che rifiuta il dramma melodrammatico per abbracciare la tensione silenziosa dell’esistenza quotidiana. Il regista tedesco introdurrà le proiezioni dei suoi ultimi quattro film e sarà protagonista di una conversazione il 10 novembre, alle 16:30, ai Cantieri Culturali alla Zisa. Il festival non si limita a omaggiare, ma interroga: in occasione del centenario della nascita di Ingeborg Bachmann, viene proposto un ciclo cinematografico che include Ingeborg Bachmann – Jemand, der einmal ich war (2026) di Regina Schilling con Sandra Hüller. Il premio, nato nel 1979, ha sempre legato la pellicola alla pagina. La letteratura non è qui un mero pretesto narrativo, ma il metro con cui misurare la capacità di un regista di tradurre senza traumi il linguaggio della parola in quello dell’immagine.
Los Angeles e il ritorno alle origini
Il circuito non si ferma ai confini italiani. A Los Angeles, dal 4 al 30 novembre, l’Academy Museum of Motion Pictures celebra i 120 anni dalla nascita di Roberto Rossellini con «Roberto Rossellini Prefers Real Life». La rassegna ripercorre la filmografia del maestro del neorealismo. Il programma comprende, tra l’altro, Viaggio in Italia in 4K (restauro presentato in prima negli Stati Uniti il 20 novembre), Giovanna d’Arco al rogo in 35 mm e il documentario Rossellini visto da Rossellini. Presentare restauri in 4K e documentari d’archivio in un museo americano non è solo un atto di conservazione, ma una dichiarazione di intenti: il cinema ha bisogno di radici per non diventare puro contenuto. Questo ritorno a Rossellini funge da bussola etica per tutto il circuito autunnale.
L’autunno ci ricorda che le rassegne non sono fiere del prodotto, ma piazze dove si decide quale sguardo meriti di essere trasmesso. Quando le giurie si compongono di chi ha già governato la complessità sul set o sulla pagina, il risultato non è mai una lista di vincitori, ma un manifesto silenzioso su ciò che il cinema può ancora diventare.
La selezione non è più un atto di visibilità, ma una forma di resistenza curatoriale. Il circuito autunnale non chiede permesso: misura la distanza tra l’immagine e il reale, e ogni festival che presidia questa distanza tiene viva una responsabilità civile dello sguardo.
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